Il governo sta valutando di portare l’ecobonus al 65% con la prossima legge di bilancio. Sulla carta è una buona notizia, ma intanto produce un effetto che dalla scrivania di uno studio tecnico si vede benissimo: i clienti si fermano e aspettano. Mancano poco più di cento giorni alla fine dell’anno e il rischio concreto è che i lavori che si potevano chiudere nel 2026 restino fermi in attesa di una norma che ancora non esiste. Nel cratere del sisma il problema è più serio che altrove, perché tocca anche le lavorazioni accollate al proprietario dentro cantieri della ricostruzione già avviati.
📊 Cosa sta valutando il governo, allo stato attuale
L’ipotesi allo studio è il ritorno di una vera premialità fiscale per gli interventi che riducono i consumi energetici degli edifici: una detrazione al 65% sull’abitazione principale, finanziata dentro i circa 14 miliardi di euro di flessibilità di bilancio legati alla transizione energetica, con un livello più basso per gli altri immobili. Non sarebbe un bonus nuovo, ma il rafforzamento dell’ecobonus che già conosciamo, che oggi non gode più di alcun vantaggio rispetto agli altri bonus casa.
Il perimetro degli interventi richiamati è quello classico: sostituzione degli infissi, pompe di calore e condizionatori che rispettano i requisiti, sistemi ibridi che integrano pompa di calore e caldaia, cappotti e coibentazioni dell’involucro, schermature solari, solare termico per l’acqua calda sanitaria, sistemi di building automation. Si parla anche di categorie nuove rispetto al vecchio ecobonus, come le infrastrutture di ricarica dei veicoli elettrici. Nel complesso parliamo di una filiera che muove circa 3,6 miliardi di euro di investimenti l’anno, di cui quasi 2 miliardi solo di serramenti.
Il punto da tenere fermo è però un altro, e va detto ai clienti con chiarezza: oggi il 65% non esiste. Non c’è un testo, non c’è un perimetro definitivo, non ci sono massimali né requisiti tecnici né una decorrenza. C’è un’ipotesi di manovra, e le ipotesi di manovra cambiano fino all’ultima notte di dicembre.
💶 Il bivio del 31 dicembre: 50% oggi, forse 65%, forse 36%
Nel 2026 la detrazione è del 50% sull’abitazione principale e del 36% sugli altri immobili. Senza una modifica normativa, dal 2027 scende da sola al 36% sull’abitazione principale e al 30% sugli altri. Contemporaneamente il governo valuta di andare nella direzione opposta, almeno per l’energia. Le due strade portano a numeri molto distanti tra loro.
Su una spesa di 20.000 euro sull’abitazione principale la detrazione nominale vale 10.000 euro con il 50% di oggi, 13.000 euro con un eventuale 65%, 7.200 euro con il 36% che scatterebbe in assenza di correzioni. Tra lo scenario migliore e quello peggiore ballano 5.800 euro. Su una villetta con infissi, cappotto e pompa di calore, cioè su una spesa che arriva facilmente a 60.000 o 80.000 euro, quella forbice diventa il costo di un intero lotto di lavorazioni.
Per le persone fisiche vale il principio di cassa: conta l’anno in cui la spesa viene sostenuta. Un bonifico parlante eseguito entro il 31 dicembre 2026, ricorrendo tutti gli altri requisiti, aggancia l’intervento alle aliquote del 2026. Questo è l’unico dato certo che abbiamo in mano in questo momento, e per molti lavori di piccola e media taglia è ancora materialmente raggiungibile.
⏳ Perché l’annuncio rischia di fermare proprio i lavori che vorrebbe incentivare
Sulle ristrutturazioni pesanti il problema quasi non si pone: chi apre oggi un cantiere complesso arriva comunque al 2027 e farà i conti con il quadro nuovo. Il problema è tutto sui lavori piccoli e medi, quelli che si possono ancora programmare e pagare entro dicembre: una sostituzione di serramenti, una pompa di calore, un impianto, una schermatura solare.
Qui l’annuncio del 65% cambia i comportamenti nel giro di una telefonata. Il cliente che aveva già deciso di cambiare le finestre adesso chiede se non convenga aspettare il 2027, e il preventivo che l’impresa aveva in calendario per novembre slitta a data da destinarsi. Il paradosso è evidente: la prospettiva di un incentivo più alto, pensata per stimolare gli interventi energetici, nel breve periodo li congela. E se il potenziamento non entrasse in manovra, oppure se quello specifico intervento restasse fuori dal nuovo perimetro, quel cliente si ritroverebbe nel 2027 con il 36% al posto del 50% che aveva a portata di mano.
Per noi tecnici e per le imprese significa lavorare qualche mese senza poter dare al committente una valutazione economica definitiva, che è esattamente la cosa che il committente chiede prima di firmare. È una condizione scomoda, e va gestita in modo esplicito invece di essere subita.
🏚️ Gli accolli della ricostruzione post sisma: il punto che nessuno sta guardando
Nel cratere del Centro Italia questa incertezza ha una conseguenza in più, e secondo me è la più pericolosa. Il contributo per la ricostruzione copre il ripristino con miglioramento sismico dell’edificio danneggiato, dentro i parametri e i massimali dell’ordinanza. Tutto ciò che sta fuori da quel perimetro, cioè l’efficientamento energetico oltre lo stretto necessario, la sostituzione migliorativa degli infissi, il cappotto spinto oltre il ripristino, il cambio del generatore, le finiture eccedenti, resta a carico del proprietario. È l’accollo, e nella quasi totalità dei casi il proprietario lo sostiene contando sulle detrazioni fiscali, ecobonus in testa.
Cosa succede adesso, dentro un cantiere della ricostruzione già avviato? Succede che il proprietario legge del 65% e chiede al progettista di rinviare al 2027 le lavorazioni accollate, oppure di stralciarle dall’appalto in corso per rifarle l’anno prossimo. Sulla carta sembra buon senso. In cantiere è un errore che costa più di quanto faccia guadagnare, per ragioni che con il fisco non c’entrano niente.
Il ponteggio è montato oggi, non l’anno prossimo. Cappotto, infissi e lattoneria vivono sullo stesso ponteggio delle opere strutturali finanziate dal contributo. Spostare quelle lavorazioni al 2027 significa smontare, rimontare e pagare due volte l’allestimento, oltre a tenere occupato il suolo pubblico per una seconda stagione. Su un edificio condominiale la seconda impalcatura si mangia buona parte del vantaggio fiscale che si sperava di ottenere.
Le fasi non si separano davvero. Foro finestra, controtelai, tracce degli impianti, posa del cappotto sopra il rinforzo strutturale sono lavorazioni intrecciate. Stralciarne una a metà cantiere significa rivedere il cronoprogramma, produrre una variante, riaprire una pratica e quasi sempre riaprire anche il computo metrico che era già stato istruito.
Il cantiere della ricostruzione ha scadenze sue. Tempi di ultimazione, stati di avanzamento, rendicontazione del contributo, fine lavori: rallentare la parte accollata rallenta anche l’avanzamento di ciò che il contributo finanzia, perché l’impresa lavora su un cantiere solo, non su due. E un SAL che slitta è liquidità che non arriva, a un’impresa che nel frattempo ha materiali acquistati e maestranze da pagare.
L’impresa non resta a disposizione per sempre. Nel cratere le imprese affidabili hanno la commessa piena. Chi rinvia una lavorazione di sei mesi non la ritrova al prezzo di oggi e spesso non la ritrova nemmeno con la stessa impresa, che intanto ha riempito il calendario con altri cantieri.
La mia posizione, che dico ai committenti senza giri di parole, è questa: dentro un cantiere della ricostruzione già aperto l’accollo si esegue adesso, con il 50% certo del 2026, e non si insegue un 65% che potrebbe non arrivare oppure non comprendere quell’intervento. Il calcolo va fatto sul costo pieno del rinvio, cioè ponteggio, variante, tempi e rischio compresi, non sulla sola differenza tra due aliquote. Discorso diverso per l’edificio che deve ancora partire e che arriverà comunque al 2027: lì si progetta guardando al quadro nuovo, tenendo il fascicolo pronto per adeguarsi a quello che la manovra scriverà davvero.
🔧 Cosa faccio fare ai miei clienti in questi cento giorni
Quattro regole semplici, che valgono sia dentro sia fuori dal cratere.
Primo: separare ciò che è pronto da ciò che non lo è. Se l’intervento è definito, l’impresa disponibile e la spesa sostenibile entro il 31 dicembre, si chiude nel 2026 e si mette al sicuro l’aliquota attuale. Se l’intervento arriverà comunque al 2027, non ha senso correre.
Secondo: mettere per iscritto le due ipotesi. Nel preventivo e nella relazione consegno sempre il confronto tra lo scenario a legislazione vigente e quello dell’eventuale potenziamento, con i numeri veri di quell’immobile. Il committente decide con i conti davanti, non con una speranza letta sul giornale, e la decisione resta sua in modo documentato.
Terzo: non toccare il perimetro tecnico. Qualunque sia l’aliquota, la pratica regge solo se reggono i requisiti: trasmittanze limite rispettate, prestazioni dell’involucro verificate, APE ante e post intervento coerenti, massimali di spesa rispettati, asseverazione difendibile in un controllo. La disciplina dei requisiti minimi è stata aggiornata nel 2026, quindi le verifiche vanno rifatte sul testo in vigore e non su quello che si applicava due anni fa. Chi arriva al 2027 con la pratica già impostata bene sarà pronto qualunque percentuale esca dalla manovra.
Quarto: nel cratere, ragionare a cantiere unico. Contributo e accollo sono due partite contabili, ma un solo edificio, un solo ponteggio e una sola impresa. Le scelte fiscali vanno prese guardando il cronoprogramma, non soltanto la dichiarazione dei redditi.
🤝 Collaboriamo: qui serve un parere tecnico, non un’attesa
Sono un ingegnere civile con studio a Foligno (PG) e mi occupo di progettazione energetica, impianti termici e fotovoltaici, miglioramento e adeguamento sismico secondo le NTC 2018, computi metrici e ricostruzione post sisma del Centro Italia. Di accolli, varianti e stati di avanzamento dentro i cantieri del cratere mi occupo tutti i giorni, e il tema di questi mesi non è quale aliquota uscirà dalla manovra, ma quali lavori conviene chiudere adesso e quali no.
Se hai un cliente fermo in attesa del 65%, un cantiere della ricostruzione con lavorazioni accollate da decidere entro dicembre, oppure semplicemente più pratiche di quante lo studio riesca a seguirne, possiamo lavorare insieme. Sullo stesso tema ho scritto anche cosa significa un ecobonus al 65% per chi quelle pratiche le firma davvero. Come referente di edilizia-ai.it porto un metodo che usa l’intelligenza artificiale per accorciare la parte ripetitiva del lavoro, cioè ricerca normativa, prime bozze, organizzazione dei dati e dei computi: la responsabilità tecnica e la firma restano sempre di chi le deve mettere.
📩 info@edilizia-ai.it · studio a Foligno (PG), cantieri nelle Marche e in Abruzzo, collaborazioni su tutto il territorio nazionale.
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