Il 24 agosto 2026 sono dieci anni dalla notte di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. I numeri dicono una ricostruzione che finalmente cammina, e il Commissario stesso mette il punto dove va messo: «siamo a metà del lavoro». È della seconda metà che vorrei parlare — dal punto di vista di chi il cratere lo attraversa con le pratiche in mano.
Alle 3:36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6.0 ha cancellato Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto: 299 vittime. Poi il 26 e il 30 ottobre, con Visso, Ussita, Castelsantangelo sul Nera e la scossa di magnitudo 6.5 di Norcia — la più forte in Italia dal 1980 — l’area colpita si è allargata fino a comprendere 138 comuni su 8.000 chilometri quadrati tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo. Chi lavora qui non ha bisogno che gli si ricordi la data: la ritrova ogni giorno nei centri storici ancora in zona rossa e messi in sicurezza e nelle pratiche che porta avanti da anni.

📊 I numeri del decennale, senza retorica
I dati che seguono sono quelli del Rapporto 2026 del Commissario straordinario, «Ricostruire è prevenire: il laboratorio sisma 2016», aggiornati al 30 aprile 2026. Sul fronte privato le richieste di contributo sono 36.149, per 17,82 miliardi di euro di importi richiesti; le pratiche approvate dagli Uffici speciali per la ricostruzione sono 24.650 — il 68,2 % delle domande presentate — con 12,59 miliardi di contributi concessi. I cantieri autorizzati sono 23.361: 8.393 in corso e 14.968 conclusi, il 64 % del totale.
Sulle liquidazioni il dato più recente è del 10 giugno 2026, quando la Cassa Depositi e Prestiti ha superato la soglia degli 8 miliardi erogati. Due numeri dicono in che direzione si stava andando e a che velocità: il 69,4 % di quelle liquidazioni è avvenuto dal 2023 in poi, e quasi 2 miliardi solo negli ultimi dodici mesi. Non è una ricostruzione ferma: è una ricostruzione che ha cominciato tardi.
In mezzo c’è stato anche il capitolo che tutti ricordiamo: l’uscita dal Superbonus, che nel cratere rischiava di lasciare fermi circa 5.000 cantieri. Il Governo ha attivato 1,3 miliardi di euro per il superamento definitivo della misura e la messa in sicurezza di quei cantieri — un intervento che, visto da chi aveva le pratiche aperte in quel momento, ha evitato un blocco di massa.
Sul fronte pubblico risultano 3.667 interventi programmati per oltre 4,85 miliardi — a fronte di 9,4 miliardi di risorse disponibili — con il 98 % delle opere sbloccato e avviato: gli interventi non ancora partiti si sono ridotti al 2,5 %, e lavori in corso e opere concluse valgono circa il 40 % dell’intera programmazione. Il commissario Guido Castelli ha riassunto la parte pubblica così: «Lo Stato italiano ha messo a disposizione 4,3 miliardi per la ricostruzione pubblica».
Due capitoli meritano una riga a parte, perché sono quelli che decidono se un paese resta abitabile. Le scuole: 459 interventi per circa 1,6 miliardi, con gli ordini di attivazione passati da 125 a 197 in un solo anno (+57,6 %) e riaperture come l’ITTS «Eustachio Divini» di San Severino Marche e l’Istituto comprensivo «Ugo Betti» di Camerino. Gli edifici di culto: 1.276 interventi per oltre 750 milioni, con liquidazioni cresciute del 18,5 % nell’ultimo anno e, soprattutto, la riapertura della Basilica di San Benedetto a Norcia. Chi lavora in questi territori sa quanto pesano: una scuola che riapre è una famiglia che decide di restare.
Ma il numero che pesa di più non ha il simbolo dell’euro davanti. Nell’ultimo anno oltre 1.300 famiglie — circa 2.800 persone — sono tornate nelle proprie case. I nuclei ancora assistiti dalle misure di sostegno abitativo sono 8.759: 1.308 in meno rispetto al 2025 (−13 %) e 5.452 in meno rispetto al 2022 (−38,4 %). Ottomilasettecentocinquantanove famiglie che, dieci anni dopo, una casa loro ancora non ce l’hanno. È il promemoria che tiene insieme tutto il resto. E il 53,7 % di residenti che oggi si dichiara soddisfatto della ricostruzione va letto allo stesso modo: per metà è una buona notizia, per metà è un compito.
🏛️ Dall’emergenza alla ricostruzione: il cambio di stato
Il 5 agosto 2026 il Consiglio dei ministri ha deliberato il passaggio dallo «stato di emergenza nazionale» allo «stato di ricostruzione»: è la prima applicazione della legge quadro sulle ricostruzioni post-calamità, e non significa che lo Stato si ritira, ma che si esce dalla logica dell’emergenza permanente. Castelli resta commissario.
Nella nota ufficiale per il decennale, intitolata «memoria, responsabilità e rinascita dell’Appennino centrale», Castelli mette la questione in termini che un tecnico farebbe bene a tenersi: «Il decennale non è soltanto una data. È un passaggio che ci chiama alla responsabilità della memoria […] la ricostruzione non può essere solo un insieme di opere, ma un atto di giustizia verso le comunità colpite». E indica l’obiettivo vero, che non è edilizio: il diritto a restare, cioè «garantire che chi è nato in questi luoghi possa continuare a viverci, lavorare, crescere i propri figli e costruire il proprio futuro senza essere costretto ad abbandonarli». È il metro con cui, alla fine, verrà giudicato anche il nostro lavoro.
Alla vigilia del decennale sono arrivate anche le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella prefazione al volume «Le pietre della rinascita»: «Dopo troppi rinvii e false partenze, abbiamo lavorato con determinazione per accelerare la ricostruzione post-sisma», con l’obiettivo dichiarato di «vincere la sfida della rinascita, economica e sociale, dell’Appennino centrale». E all’Angelus del 23 agosto Papa Leone XIV ha rivolto un pensiero alle comunità del Centro Italia, richiamando fede e solidarietà come sostegno dell’opera di ricostruzione — un richiamo che Castelli ha raccolto chiedendo che quella solidarietà «si traduca in cantieri, in ritorni e in futuro».
🔧 Quello che vedo io, dalla scrivania di uno studio tecnico
I numeri raccontano una ricostruzione che finalmente cammina. Da tecnico però aggiungo la parte che nelle celebrazioni si dice poco: il 64 % dei cantieri conclusi è il 64 % più facile. Le case singole, i danni lievi, i proprietari unici e decisi si sono chiusi per primi. Quello che resta è il pezzo duro — gli aggregati edilizi con dieci proprietari e un condominio da convincere, i centri storici dove non si muove un ponteggio senza toccare il vicino, gli edifici vincolati, le frazioni dove la ricostruzione ha senso solo se torna anche un servizio. Non è un dettaglio di margine: nel cratere si contano circa 1.200 insediamenti urbani e oltre 4.300 aggregati edificati, ed è lì che si gioca la parte finale. Sono le pratiche che richiedono più tempo per unità di importo, e sono quelle che decideranno se l’Appennino torna a vivere o resta un cantiere ben documentato.
Su questo il Commissario è più onesto di molti commentatori, e usa un termine di paragone che ogni tecnico dovrebbe avere in mente: «Il benchmark che ci diamo è quello della ricostruzione del Friuli nel 1976. Ci vollero 19 anni per completare la ricostruzione, in un territorio meno esteso — circa 5.000 chilometri quadrati contro gli 8.000 del Centro Italia — e amministrato da una sola regione, a statuto speciale». La conclusione è netta: «Siamo a metà del lavoro e stiamo procedendo spediti». Metà del lavoro, dopo dieci anni, su un territorio più grande e diviso fra quattro regioni: significa che davanti c’è ancora almeno un altro decennio di pratiche, e che chi progetta nel cratere farebbe bene a organizzarsi come per un lavoro lungo, non come per una coda da smaltire.
Amatrice, il comune che ha pagato il prezzo più alto, misura bene quanto dico sugli aggregati. Le domande presentate e accettate sono 1.510, gli aggregati costituiti 540 — e le case già ricostruite e dotate di agibilità sono 247. Il contributo concesso è di 679,5 milioni a fronte di 1,10 miliardi richiesti, e l’avanzamento complessivo, pubblico e privato insieme, è intorno al 40 %, con cantieri aperti nel centro storico e nelle 69 frazioni. Cinquecentoquaranta aggregati costituiti e duecentoquarantasette case agibili: fra quei due numeri c’è tutto il lavoro tecnico e di mediazione fra proprietari che separa una pratica avviata da una casa in cui si può rientrare. Nel frattempo l’ospedale è in fase avanzata e per il municipio l’ultimazione è prevista entro la fine del 2026.
C’è poi un ostacolo molto concreto, di questi mesi, che chi ha pratiche aperte conosce bene: il passaggio al Prezzario Unico Cratere 2026. I computi impostati sul Prezzario Sisma 2022 vanno riportati sul listino vigente voce per voce — e non è un cambio di codici, è un computo da ricalcolare, con le sue rimodulazioni di contributo da motivare. È lavoro che non produce un metro quadro di progetto nuovo e che rischia di fermare pratiche già istruite: ne ho scritto in dettaglio nell’articolo su come portare i computi della ricostruzione sul PUC 2026, con i numeri della trascodifica ufficiale e i punti in cui il lavoro a mano si inceppa.
Vale la pena dire anche perché conviene farlo bene, e non solo in fretta. Il sisma aveva peggiorato una previsione demografica già brutta: 66 mila persone in meno in circa trent’anni, una città delle dimensioni di Teramo, Ascoli o Rieti che sparisce. La ricostruzione ha già ribaltato una parte di quella proiezione — il recupero «potenziale» stimato è di oltre 44 mila abitanti, con lo scenario Cresme al 2044 che passa da 423 a 468 mila residenti. Sul lavoro il cratere ha oggi un tasso di occupazione del 66,1 %, sopra la media nazionale, e le nuove attivazioni sono cresciute dalle 25,1 mila del primo trimestre 2022 alle 27,4 mila del primo trimestre 2025.
È il cuore di quello che il Commissario chiama Modello Appennino centrale: al concetto di ricostruzione si è affiancato quello di riparazione, e ai cantieri si sono legate le politiche di sviluppo — il programma Next Appennino, 1,78 miliardi dal Fondo Complementare al PNRR — perché in aree già in spopolamento rimettere in piedi gli edifici senza rimettere in piedi l’economia non avrebbe avuto senso. Il vocabolario che ne è uscito, «restanza» e «tornanza», dice bene qual è la posta. E dice anche una cosa che ci riguarda direttamente: quei numeri si realizzano solo se i cantieri arrivano in fondo. Ogni pratica che si ferma è un pezzo di quella stima che non si avvera.
La lezione di questi dieci anni, per come la vedo io, è che la ricostruzione non si è sbloccata quando sono arrivati più soldi, ma quando le procedure sono diventate percorribili e i tecnici hanno potuto lavorare invece di rincorrere integrazioni. Vale anche per il pezzo di strada che resta: la differenza la farà la capacità degli studi di istruire pratiche complete, motivate e verificabili — in tempi che le comunità possano ancora aspettare.
🤝 Collaboriamo: c’è ancora molto da ricostruire
Sono un ingegnere civile con studio a Foligno (PG) e lavoro sulla ricostruzione del Centro Italia: progettazione strutturale, direzione lavori e collaudo, miglioramento e adeguamento sismico secondo le NTC 2018, riqualificazione energetica, progettazione di impianti termici e fotovoltaici, computi metrici. Su questi temi collaboro stabilmente con altri studi tecnici — e in questa fase la collaborazione fra studi è il modo più realistico per non lasciare indietro le pratiche difficili.
Se hai pratiche del cratere ferme o in arretrato, un aggregato che non decolla, computi da riportare sul PUC 2026 o semplicemente più lavoro di quanto lo studio riesca a smaltire, possiamo lavorare insieme. Come referente di edilizia-ai.it porto anche un metodo per rendere la produzione delle pratiche più rapida e replicabile con strumenti di intelligenza artificiale applicati alla gestione documentale: la responsabilità tecnica e la firma restano di chi le deve mettere, il tempo risparmiato è quello sulle attività ripetitive.
Dieci anni fa questi territori hanno perso 299 persone e quasi tutto il resto. Il modo migliore che conosco per ricordarli è continuare a lavorare perché quelle 8.759 famiglie tornino a casa.
📩 info@edilizia-ai.it — studio a Foligno (PG), collaborazioni su tutto il cratere del Centro Italia e sul territorio nazionale.
🌐 edilizia-ai.it — Ing. Lucia Serrapica su LinkedIn